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LETTERE...
Da: Carla Massi - 5 febbraio 2007

5 febbraio 2007 - ROMA
Paola, colpita a 15 anni da un tumore alle ossa della gamba, racconta la sua "rinascita". Voleva fare il medico ma è stata proprio una malattia a costringerla a rinunciare. Un maledetto cancro che, appena quindicenne, le ha divorato le ossa della gamba destra da metà coscia fino alla caviglia. Un dolore nel corpo e nell´anima che le ha impedito di camminare per più di due anni, l´ha resa cieca per cinque mesi e le ha dirottato il corso della vita. "Una vita che ancora ho, che difendo con le unghie e con i denti, che cerco sempre e comunque di vivere nonostante tutto. Nonostante la paura, la fatica, la frustrazione e, spesso, anche la vergogna ". Paola oggi ha trent´anni, quando la vedi venirti incontro non ti accorgi che nella gamba destra non ha più l´osso ma una protesi in lega metallica che la attraversa come un´autostrada. Non ti accorgi che lei non può permettersi neppure un raffreddore perché le sue condizioni di salute potrebbero trasformare un colpo di tosse in qualcosa di più grave. Non ti accorgi che lei in borsa ha sempre gli antibiotici, che non può fare una passeggiata un po´ più lunga di una mezz´ora, che ha la schiena spezzata dalle fitte. Non ti accorgi perché lei sorride, ha una sana durezza in corpo.

Quella che l´ha fatta decidere di raccontare la sua storia come non ha mai fatto. Neppure a molti amici. A tanti, per tagliare corto, ha detto che quella sua cicatrice sulla gamba si deve ad un incidente stradale. " Così evito la morbosità della gente. Tutti vogliono sapere esattamente com´è andata, istante per istante, ma pochi, pochissimi ti chiedono come stai. Come sei cresciuta tra la sedia a rotelle, le stampelle, il gesso, le sale operatorie, la chemioterapia, il buio, tanto dolore e tanta pazienza ". E inizia a parlare mentre il treno Roma Firenze delle 08:30 lascia Termini. Sta andando all´Ospedale Careggi dove l´aspetta il suo " secondo papà ", il Professor Rodolfo Capanna, direttore del Centro di oncologia ortopedica ricostruttiva dell´istituto fiorentino.

E´ stato Capanna nel ´91 al Rizzoli di Bologna, ad accogliere Paola quando le venne diagnosticato il cancro. E´ lui che le ha salvato la gamba, che l´ha curata e la accompagna da allora, come fa un padre all´altare. " Durante l´estate tra la terza media e il IV ginnasio, una mattina mi accorgo di avere un bozzo sul ginocchio. Mi ricordo che pochi giorni prima ero andata sulle auto a scontro. Avevo preso tante botte, penso che sia colpa di quel gioco. Non dico nulla neppure ai miei genitori, non mi fa troppo male. Me ne dimentico fino a quando, a scuola, durante l´ora di educazione fisica faccio un salto, cado come Paperino a faccia in giù e sento un dolore immenso ". Anche l´insegnante si accorge che qualcosa non va, chiama la mamma. La signora Laura, donna ottimista e caparbia, che, non volendo pensare al peggio, ipotizza un capriccio della figliola. E invece no, la realtà è ben altra: una visita dall´ortopedico, la radiografie, la Tac. E´ un tumore. Si vola al Rizzoli di Bologna, si smette di andare a scuola, si comincia la chemioterapia, si stringe la mano ad un giovane ortopedico romano che si sta specializzando in ortopedia oncologica, il Dottor Andrea Piccioli oggi al Cto della Garbatella. Cominciano i viaggi ma a Paola nessuno dice che cosa ha.

Di quell´osteosarcoma che potrebbe portarla alla morte non si parla né a casa nè all´ospedale. " Hanno fatto bene a non dirmi nulla, mia sorella Elisabetta sapeva, tutti sapevano ma io no. Ogni volta che tornavo a Bologna per la chemio mi dicevano che altre malate come me erano morte ma io, ancora ragazzina, non volevo capire. Mamma mi ripeteva che la chemio curava tante malattie e io ci credevo ". Alla fine che gliene importava di sapere esattamente il nome della malattia che l´aveva allontanata dalla scuola, la costringeva a stare a casa, a dormire tutto il giorno, a vedere la sua testa senza un capello? Dopo quattro cicli di chemio, Capanna decide per l´intervento: asportare l´osso dalla caviglia al ginocchio e a fare un innesto da cadavere per aiutare Paola a continuare a crescere. Tre mesi di gesso, sedia a rotelle, chemio ancora.

" Non potevo fare nulla da sola, mamma era sempre con me. Se mi abbattevo mi strillava e con l´unica che mi è rimasta accanto fino ad oggi, la mia amica Laura. Mamma mi leggeva i giornali e i libri. Avevo troppa nausea per riuscirci da sola. Poi l´emorragia pre-retinica e la cecità a tutti e due gli occhi ". Passa l´estate in Puglia, terra di suo padre, con le stampelle. Vietato prendere il sole, lecito entrare in acqua e fare riabilitazione. Il papà Emilio la carica su un canottino, con una cordicella la porta a largo e lei entra nel mare dove si senta una sirena libera. Anche se i capelli non ci sono, se non può andare da nessuna parte, se è magra come un´ombra e se la gamba le fa male.

" Ma c´ero, vivevo - continua a raccontare -. Riesco a tornare a scuola, con un tutore che blocca tutta la gamba, l´incubo metastasi e la fatica di studiare. Ogni mese era un mese guadagnato. lo posso dire oggi che so come stanno le cose. A terra poggio solo la punta del piede, faccio fatica a fare tutto ma ricomincio a studiare ". Fino a quando autonomamente, il suo nuovo osso si spezza. E´ l´incubo. Si riapre la sala operatoria, cresce la rabbia, il nervosismo, la paura di non farcela. Le amiche che erano in camera con lei a Bologna sono tutte morte, lei non vuole tornare in quell´ospedale. Ma deve. Rodolfo Capanna sceglie per la protesi fino a metà coscia, una sfida premiata. Laureata in sociologia, impiegata in banca, insofferente verso chi non sa affrontare il dolore e ingigantisce le piccole cose . " So di essere fragile, di dovermi controllare sempre, so che i miei polmoni sono a rischio, che dovrò presto cambiare la mia protesi e che spesso devo trovare la forza che non ho ". I suoi occhi azzurri trafiggono e raccontano una determinazione che solo il dolore sa dare. Stazione Santa Maria Novella a Firenze. Taxi, ospedale Careggi. Entra nello studio del Professor Capanna, l´abbraccio è lungo. Come sempre. Con lei è il Dottor Piccioli, ormai navigato ortopedico oncologo, che ironizza sulla complicità dei due. " Ma è il mio babbino! " si giustifica Paola. La aspetta un altro intervento. Altro gesso, altra riabilitazione, altri ricoveri. Una volta tornati a Roma, esce da Termini e dice che le pesa andare a riprendere la macchina. E´ stanca. L´ha parcheggiata lontana. Già, a lei il Comune le ha negato il permesso per gli invalidi. " L´ho detto io che sto bene..." scherza, zoppicando.

Articolo pubblicato su Il Messaggero - Carla Massi - 5 febbraio 2007










Marika Piccardo Carniti Bollea
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